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Mario

  • Immagine del redattore: Elena
    Elena
  • 7 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

“Se qualcuno mi avesse predetto che Soglio sarebbe diventato così, io non ci avrei creduto“. Queste sono le parole di Mario, classe 1927, uno degli ultimi anziani residenti nel villaggio. Indossa degli abiti modesti: un giubbotto verde, un vecchio stirnband per coprire le orecchie e delle moderne scarpe da ginnastica. “Erano di mio nipote” confida “sono molto comode”. Dal nipote - cresciuto da lui a maccheroni e risotto - ha ricevuto anche il bastone da passeggio che porta con sé. Un regalo di compleanno ricavato da un ramo di nocciolo. Il cimelio reca le sue iniziali intarsiate. Il vispo e caratteristico montanaro, con la sua lunga barba bianca, rievoca i tempi in cui a Soglio in ogni casa abitava una famiglia. Indica un vecchio edificio vuoto dietro di lui, ribadendo che allora non si parlava affatto di spopolamento. “Si viveva tutti di agricoltura, ognuno aveva delle bestie, persino gli insegnanti, per arrotondare il misero stipendio. Mucche, capre, pecore, maiali, galline...” Indica un altro edificio infondo alla via. Ricorda quando era bambino, i tempi in cui si recava dal calzolaio per far sistemare gli scarponi. Allora già i bambini di due anni indossavano dei pesanti scarponi ferrati. Un paio, massimo due a testa. Ai fratelli piccoli toccavano quelli dismessi dei fratelli più grandi. Ora anche le scarpe di seconda mano che indossa lui provengono dal Vietnam, dalla Tailandia o forse dal Pakistan. Non c’è più il calghäir della Cruscina. Se ci fosse, chiuderebbe bottega entro sera. Così va il mondo oggi. Prima di congedarci esorto come sempre il mio interlocutore ad annotare i suoi ricordi e aneddoti su carta. Fa spallucce, borbotta qualcosa e poi se ne va, salutando con un cenno del bastone. La sua figura scompare tra le vie deserte del villaggio.

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