Il ragazzo del lago
- Stefano

- 25 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Era una giornata calda di inizio luglio e sopra Dongo soffiava un leggero Tivano proveniente da nord. Il cielo era limpido, aveva piovuto il giorno prima. Il Legnone, dirimpetto, con la sua muta imponenza, faceva da quinta a qualche timida nuvola all’orizzonte. Quando da Dongo si sale verso i monti, la vista è a dir poco strabiliante. Si raggiungono inaspettati belvederi, balconi naturali che consentono di spaziare con lo sguardo dalla media/bassa Valtellina a tutto il lago di Como, sino alle vaste pianure brianzole tanto amate da Segantini.
Conobbi per caso Aimone in una mattinata così, sul cancello di una dimora da lui amata quanto un figlio, concepita, disegnata e costruita lasciando nulla al caso. Aveva un paio di pantaloni di lana, nonostante il solleone, un maglione di cashmere beige e delle scarpe di chiara fattura artigianale. Sulla mano sinistra portava un anello in oro che raccontava di amori lontani.
Aimone era Il ragazzo del lago di Marcello Foa (Piemme 2010). Dicono fu uno degli ultimi testimoni oculari della cattura di Mussolini, sulle sponde del Lario, in quel famoso aprile del 1945 che stravolse l’Italia e il mondo. Non amava parlare di quegli anni, come tanti suoi coetanei. Non amava stare in prima linea, non era tipo da copertina: “nacqui povero, in una famiglia umile ma dai sani principi, la vita mi catapultò nella storia, la passione, il rigore e il lavoro mi consentirono di diventare ricco; tuttavia mai abbandonai gli insegnamenti di mia madre e di mio padre, così come mai disdegnai le mie vere radici”. Non amava nemmeno che gli altri parlassero di lui, e accettò che qualcuno scrivesse un libro sulla sua vita esclusivamente per far si che non cadesse tutto nell’oblio dopo la sua morte. Ma della morte non aveva paura, Aimone. Aveva vissuto tanto, girato il mondo e conosciuto persone eccezionali. Un giorno addirittura mi raccontò di quella volta che fini nel bunker di Hitler. Ricordava ogni singolo dettaglio, era capace di descrivere la scena con una precisione assoluta. E poi le Kessler, ah, quanto amava le Kessler.
Aimone raccontava più volentieri i suoi anni oltralpe e il passaggio dalla sua umile casa sul lago all’alta borghesia berlinese. Gli inizi della sua tanto sognata carriera di maître d’hotel, gli anni del successo come albergatore a Livigno, il suo grande amore per il bello. Sempre con quella sua innata eleganza.
Aveva una passione smisurata per l’antiquariato, e un fiuto leggendario per i pezzi di valore. Collezionò per tutta la vita oggetti senza tempo. Un giorno orgoglioso mi mostrò il suo ultimo acquisto: una piccola porta di inizio ‘700. La stava “comodando”, come usava dire lui, un artigiano locale, per poterla poi collocare in qualche passaggio della sua amata dimora: un piccolo scrigno di tesori.
Accoglieva sempre gli ospiti con una bottiglia di Franciacorta - meglio del più pregiato champagne - diceva. Aveva una cadenza e una parlata di uomo di altri tempi. Ma in fondo lo era, e la sua vita un romanzo.
Il lago di Como è terra di personaggi illustri. Ha sedotto Capi di Stato, attori e attrici bellissime, inventori, esploratori e industriali. Liszt vi trovò ispirazione per capolavori come le Grandes Etudes e altre opere memorabili.
Il ragazzo del lago, con la sua incredibile e rocambolesca vita, contribuì scrivendo una pagina indelebile nel libro della storia di questo remoto angolo di mondo.
Basta così. Aimone era mio amico.

Bibliografia:
Foa, Marcello, Il ragazzo del lago, Edizione Piemme, 2010


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