Luci e ombre di St. Moritz
- Elena

- 21 dic 2025
- Tempo di lettura: 5 min
È vero, lo ammetto: esordire con un contributo su St. Moritz potrebbe sembrare una scelta poco ereticante*. Tuttavia - contrariamente a ciò che potrebbe suggerire il titolo - l'immagine che intendo far trasparire in queste poche righe non è il cliché scintillante dei bicchieri di cristallo portati alle russian lips ialuroniche. Non intendo nemmeno pubblicare un enunciato moralista sui paradossi di questa meta d'élite. La mia è la semplice riflessione di una persona che ha vissuto per alcuni anni questa località come lavoratrice, turista o fruitrice di beni e servizi di prima necessità, abitante di un villaggio periferico alle pendici del Maloja e quindi ai margini di questa realtà.
C'è un periodo dell'anno particolarmente effervescente per St. Moritz, ovvero i giorni e le settimane che precedono il Natale. Dopo un periodo di relativa calma in cui gli autobus sembrano svuotarsi e i visi incontrati per strada diventano familiari, i negozi e gli alberghi - dopo la bassa stagione post autunnale - riaprono pian piano i battenti. I furgoni delle imprese sfrecciano lungo le strade, posteggiano "solo veloce!" sui marciapiedi. Davanti alle vetrine si scorgono uomini e donne con stracci, secchi e aspirapolvere. Non è ancora tempo di auto di grossa cilindrata o pellicce di visone. Il paese sembra completamente nelle mani delle ditte, degli operai, dei fattorini, delle addette alle pulizie, delle commesse, degli allrounder. Una multiculturalità di lavoratori, tutti affaccendati nei grandi preparativi, nel mantra del dover "concludere i lavori entro Natale", entro l'arrivo degli ospiti, delle grandi masse che metteranno generosamente mano al portafoglio e che in cambio - sempre pagando - vorranno togliersi qualsiasi sfizio e capriccio e circondarsi da lusso e sfarzo.
Percorrendo la strada che si snoda attraverso curve, piccoli villaggi e lungo i laghi, le colonne di auto sin dalle prime luci del mattino si susseguono in un ritmo serrato che sembra ignorare la bellezza dei paesaggi che costeggiano il percorso. I frontalieri e lavoratori pendolari percorrono quotidianamente e con tutte le variabili meteorologiche un tragitto lungo e tortuoso. Altre "api operaie" abitano in piccoli monolocali cosiddetti "Studio" e appartamenti spesso poco pretenziosi e non particolarmente attrattivi. Difficilissimo trovare casa a prezzi ragionevoli in un luogo il cui metro quadro vale potenzialmente oro. L'architettura di St. Moritz è una giungla di stili contrapposti, caratterizzata però da alcuni affascinanti elementi storici sopravvissuti nel tempo, come le opere degli architetti locali Nicolaus Hartmann junior e senior. Tra questi spiccano la cupola del Museo Segantini, la "tipicità atipica" del Museum Engiadinais, il fu Hotel La Margna, oggi splendidamente ristrutturato e ribattezzato Grace La Margna, hotel di lusso a cinque stelle a due passi dalla stazione, pure opera dei suddetti. Opera di Nicolaus senior, pioniere della costruzioni di alberghi in Engadina, è pure la chiesa di San Carlo Borromeo in località Bad - area importantissima per le sue antiche fonti termali - insieme all'hotel Reine Victoria e molti altri edifici pubblici e privati. Sono sopravvissuti fino ai giorni nostri negozi storici come la Confiserie Hanselmann o la libreria Wega, mentre le insegne di altre boutique cambiano volto a cadenza regolare. Anche per una persona comune, ovvero appartenente alla cosiddetta classe media, è difficile rimanere indifferenti di fronte al fascino e alla bellezza delle vetrine dei negozi di lusso, agli articoli di haute couture esposti in modo impeccabile. Articoli rivolti a un pubblico palesemente non autoctono ma che ravvivano lo sguardo e la fantasia dei passanti, che danno l'impressione o forse l'illusione di trovarsi in una ricca metropoli e non in un disperso paese alpino sviluppato su misura per i turisti benestanti.
L'odierna St. Moritz in realtà nasce da una leggendaria scommessa: quella dell'albergatore Johannes Badrutt con quattro ospiti britannici che nel 1864 diede il via al turismo invernale, trasformando la meta turistica da esclusivamente estiva a rinomata destinazione invernale. Secondo quanto riportato dal nipote Anton R. Badrutt, in una cupa serata tardo autunnale, Johannes Badrutt sedeva con i suoi ultimi quattro ospiti prima del loro imminente ritorno in Inghilterra. Durante la conversazione sosteneva che l'inverno a St. Moritz fosse molto meno rigido rispetto all'inverno di Londra e che addirittura il sole invernale consentisse di stare fuori all'aria aperta senza cappotto. Di fronte allo scetticismo dei suoi ospiti, propose loro di ospitarli a sue spese nel corso dell'inverno, in modo che potessero constatare di persona quanto da lui sostenuto. Poco prima di Natale, gli ospiti si presentarono davanti al Hotel Kulm dove li accolse a maniche corte il leggendario albergatore. Inutile dire che vinse la sua scommessa e che l'entusiasmo per l'inverno a St. Moritz si diffuse ben presto a macchia d'olio. Badrutt non fu soltanto un pioniere del turismo ma anche un innovatore nel campo della tecnica. Ispirato dall'Esposizione universale di Parigi del 1878, mise in funzione nelle prossimità del suo hotel la prima centrale elettrica della Svizzera, azionata dalla forza idrica del torrente Brattas, che gli permise di installare nell'albergo un impianto di illuminazione elettrica su modello del sistema "Jablochkoff" presentato a Parigi. Il tema della luce non a caso è stato scelto nel 2024 dall'associazione Chesas da Cultura Engiadina come fil rouge per la mostra collettiva "Splendur e sumbriva", ovvero "Luci e ombre" che ha visto come protagoniste ben 14 istituzioni culturali del territorio engadinese unite per la prima volta da un progetto espositivo comune.
St. Moritz non solo è la località che ha visto nascere la prima dinamo elettrifica della Svizzera ma da 95 anni ormai il suo marchio ufficiale viene rappresentato da un sole giallo con fattezze umane. Nato nel 1930, il sole di St. Moritz è ancora oggi il più antico marchio turistico, registrato nella sua forma completa in oltre 50 nazioni. Da un lato il simbolo si può ricondurre naturalmente all'abbondante presenza di luce solare nella regione. Tuttavia vale la pena esplorare brevemente anche il significato archetipo del sole - fonte di vita venerata anche dalle antiche civiltà alpine - presente in varie forme nella cultura engadinese. Non solo è possibile scorgere questo simbolo nell'architettura, negli sgraffiti e negli intarsi di stüe e oggetti in legno come sedie o cassapanche tradizionali. In alcuni villaggi engadinesi il culto del sole è in qualche modo sopravvissuto attraverso il folklore fino ai giorni nostri. Un esempio chiaro è rappresentato dalla tradizione dello "Strohmann" (ted.) o "Hom strom" (rom.), letteralmente "uomo di paglia" di Scuol, le cui radici risalgono al periodo precristiano. Alla fine dell'inverno, quando le scorte di cibo erano in esaurimento, il sole ancora flebile e il popolo viveva il suo periodo di massima vulnerabilità, l'uomo di paglia serviva da corpo rituale (quale effige in sostituzione dei sacrifici umani). Costruito in forma umana con resti di paglia e rimasugli del precedente raccolto, veniva in seguito bruciato e restituito in qualche modo al sole, per fortificarlo e incentivarlo a tornare a splendere sopra i freddi paesaggi engadinesi.
Sulai or dadora sole là fuori
sulai ains dadains sole in noi
ed anturn anturn e tutt'intorno
ils cors cuntaints cuori felici
*un connubio tra "ereticare" e "reticare", ovvero eplorare liberamente e con attitudine non convenzionale il territorio retico.
Bibliografia:
Spreiter-Gallin, Mengia, Liebe und Leidenschaft: Familiensaga von Clara Koller-Marbach und dem St. Moritzer
Hotelarchitekten Karl Koller, Somedia Buchverlag, 2009
Vital, Ulrich, Volkstümliche Symbole und ihr Geheimnis - Simbols populars e lur misteri, Uniun dals Grischs, 2015
Hartmann, Kristiana, Baumeister in Graubünden: drei Generationen Nicolaus Hartmann 1850 - 1950, Desertina Verlag, 2015
Ruf, Susanna, Fünf Generationen Badrutt: Hotelpioniere und Begründer der Wintersaison, Verein Witschaftshistorische Studien, 2010






































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